Balconi piazze sociali

Balconi piazze sociali

di Emanuela Ersilia Abbadessa

 

In principio fu Giulietta. Perché, quando si parla di balconi, non si può negare alla giovane veronese l’aver intuito che, in presenza di un divieto e in assenza di altre possibilità di comunicazione, il balcone offra inedite potenzialità.

Lo stiamo sperimentando nella clausura, ora che il solo spazio all’aperto davvero sicuro è il nostro balcone, unico affaccio sul mondo non mediato dalla tecnologia. Sebbene le nostre comunicazioni, oggi più che mai, passino da computer e smartphone, superate le videochiamate, le foto del piatto di penne lisce su Instagram, i meme su Facebook, gli emoji su WhatsApp e le freddure su Twitter, abbiamo cominciato ad avvertire i morsi della solitudine reale, della mancanza cioè di vero contatto umano. Perché una cosa è l’essere sociali e un’altra, ben diversa, è l’essere social.

A mancare, nella seconda, è l’uomo nel suo insieme, con il timbro di voce, il modo di muovere le mani, lo sguardo, la presenza, insomma. E a questo sopperiscono i balconi.

Siamo passati così dai flashmob ˗ incanalati comunque verso una comunicazione univoca ˗ al guardare in faccia dirimpettai e vicini e parlare con loro. O anche tacere in quest’epoca in cui osservare è diventato sinonimo di partecipare. Tacendo si può scoprire, nei pochi metri quadri goduti all’aperto, una vita che continua e che con volontà centrifuga spinge all’esterno. Al balcone si appendono lenzuola con frasi incoraggianti o tricolori e dal balcone ci si chiede “come va?”; si scambiano informazioni (per lo più sul virus) o ricette con gli avanzi della riscoperta frugalità; si curano le piante spiando la miglior fioritura della signora del secondo piano; si prende insieme il caffè o si fuma una sigaretta ma, soprattutto, ci si saluta. Quello stesso saluto che, le poche volte in cui si è per strada, nascosti dietro la mascherina, è diventato un timido alzare una mano senza nemmeno un “ciao”, nella protettiva distanza del balcone è un “buongiorno” gridato a volto scoperto, orgoglioso se non speranzoso.

I microspazi dei balconi ai quali gli architetti di domani dovranno ripensare dopo tutto questo, privilegiando gli esterni alle funzionalità interne delle abitazioni, disegnano in questo modo una piazza democratica in cui incontrarsi senza la mediazione di uno schermo e in cui, sospesi a mezz’aria, tenere in piedi il mondo che conosciamo e al quale vogliamo tornare, perché nessuna ipotesi di “normalità” può passare soltanto dalla relazione virtuale e il nostro animale sociale scalpita e si aggrappa a un contatto visivo che rende più umana ogni segregazione, dove le carceri, infatti, non hanno balconi.

Quando tutto questo finirà, forse non ricorderemo l’importanza degli affacci che ci hanno fatto sentire parte di una comunità ma se anche uno solo, uscendo per strada e vedendo un dirimpettaio lo saluterà con lo stesso affetto dei giorni di quarantena, allora potremmo mantenere una memoria completa della pandemia, commemorare i morti ma nello stesso tempo celebrare i poggioli.

  

 

Articolo pubblicato anche sul Secolo XIX del 21-04-2020