Viaggio intorno allo smartworking

Viaggio intorno allo smartworking

di Elisa Di Padova

 

Per i liberi professionisti e le imprese del terziario e del terziario avanzato, che già dai primi giorni di marzo hanno fatto i conti con l’impossibilità di proseguire il lavoro dagli uffici, la parola smartworking è entrata da subito a far parte dell’universo quotidiano di comunicazione con il mondo esterno.

E così, se tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo abbiamo cercato (e quindi imparato) le parole della virologia e della epidemiologia, nello stesso periodo i Google trends ci raccontano l’interesse delle persone nei confronti dello smartworking, delle call conference e della gamma di attività da remoto.

Grafici di Google Trends per Pandemia e Picco epidemiologico

Grafici di Google Trends per Call conference e Smartworking

Nelle prime settimane, quasi in uno stato di ebbrezza, ci siamo divertiti con l’abbuffata di video virali che prendevano in giro gli smartworkers, incapaci di impostare delle conference call con un’inquadratura decente, che si incespicavano tra le mille piattaforme a disposizione e nel frattempo dovevano badare ai figli.

Finita la sbornia, abbiamo iniziato a fare i conti con tutto questo nella nostra quotidianità.

 

Come la stiamo vivendo? Ciascuno a modo suo. C’è chi definisce rituali di inizio e fine. Chi ha allestito a ufficio un angolo del salotto (auspicabile), c’è chi parla al telefono passeggiando per casa, c’è chi durante la call di fine giornata prepara la cena con pentole e coperchi – socializzando così, insieme ai rumori di fondo, anche il menù.

 

Abbiamo “scoperto” che nel 2007 era stata promulgata la legge sul lavoro agile.

Doverosa a questo punto una precisazione, perché se dobbiamo proprio dirla tutta, replicare a casa lo stesso modello dell’ufficio, trasformando le riunioni in video call, non significa fare smartworking – che invece presuppone una concezione del lavoro non scandite dalla “giornata” ma per obiettivi con la libertà di scegliere quando, dove, come svolgere le nostre attività. Se in partenza, uno di questi elementi – il dove – è limitato dal distanziamento sociale, ecco a maggior ragione perché oggi dovremmo parlare di lavoro agile piuttosto che di smartworking. Ma non dimentichiamoci neppure che, se uno ha una scadenza e per quella scadenza dovrà lavorare con i colleghi (il famigerato team), non potrà certo scegliere di lavorare – solo – di notte. Con buona pace dei nottambuli e di quelli che pensano che solo il mattino ha l’oro in bocca.

 

Ma se la crisi è anche un’opportunità – e resilienza è l’altra parola chiave che è entrata a gamba tesa nel nostro vocabolario quotidiano – al termine di questo periodo saremo senza dubbio più disponibili a trovare soluzioni agili nella gestione del lavoro.

Che una Skype possa essere più veloce e ugualmente produttiva di una trasferta di lavoro lo abbiamo capito sulla nostra pelle. Con vantaggi oggettivi sulla produttività, sui costi, innegabili benefici per l’ambiente con minori emissioni di CO2 per la riduzione degli spostamenti e del traffico e, potenzialmente, il work-life balance e la felicità personale.

Ci siamo resi conto di quanto siamo dipendenti dal web, quanto sia forte il potere della rete, l’innovazione tecnologica, le piattaforme, i big data. E indietro, fino all’elettricità e le fonti di energia, si spera da fonti rinnovabili – acqua, vento e sole – più che da fonti fossili – carbone, petrolio, gas – o nucleari. È forse il momento di interrogarci davvero sulla parola sostenibilità partendo dalle nostre azioni (e reazioni) quotidiane.

 

Il Covid 19 ha mosso alla consapevolezza di quanto sia importante per le imprese saper pianificare bene il lavoro rendendo necessaria la valorizzazione dell’attività di project management. Smartworking significa saper gestire le persone delegando, dando autonomia e chiedendo il raggiungimento di obiettivi. Di base c’è la fiducia e il superamento dell’idea del controllo sui propri dipendenti.

 

Che questa esperienza non sia percepita come una parentesi è emerso anche dalla ricerca di UNA – Associazione nazionale delle imprese della comunicazione – realizzata per analizzare come le agenzie associate stiano affrontando questa nuova fase.

Ben il 50% non ha sospeso al momento lo smartworking nonostante sia possibile per legge tornare in ufficio e un restante 47% prevede solo di diminuirlo in parte.

La questione della genitorialità e della condizione femminile è il tema più critico per le associate di UNA e andare incontro alla situazione familiare dei propri dipendenti è uno dei motivi che inducono le imprese a mantenere lo smart working più a lungo possibile. Segno anche di una responsabilità civica e sociale delle imprese.

Fuori dalle logiche classiche nel dibattito tra una visione del lavoro strumentale e una, per così dire, realizzante, non è la mano invisibile in questo caso a regolare i bisogni e il benessere della società e dei lavoratori. Sono le scelte operate ogni giorno.

 

Ma se conciliare è possibile c’è già chi invoca una legge per il “diritto alla disconnessione”, perché il rovescio della medaglia è la cattiva interpretazione dello smartworking: videocall infinite e stancanti, reperibilità costante, incapacità di separare la sfera privata e quella professionale. Il rischio alienazione è dietro la porta, e la porta è già mezza aperta. Ma dobbiamo tenere conto del momento particolare in cui ci troviamo: il distanziamento sociale e la “reclusione” non dureranno per sempre, forse!

 

Un passo comunque è stato fatto, sarà importante, una volta passata l’emergenza, fare tesoro di quanto imparato e proseguire su questa strada. Chiamando le parole con il loro nome perché in fondo, senza saperlo, eravamo agili anche prima: sui treni, sulle spiagge, mentre portavamo i figli a scuola e rispondevamo alla telefonata del collega o del cliente.

Il livello di disponibilità all’interazione digitale ha generato una propensione all’apprendimento costante e le persone sono molto più disponibili all’innovazione rispetto a un tempo.

Eppure, non è stato indolore rinunciare all’incontro, alla natura sociale del lavoro: quegli stimoli che nascono e crescono dal confronto con i colleghi.

 

Occorre immaginare scenari ibridi, personalizzati. Il futuro – quando potremo decidere chi, dove, come e quando lavorare – è nelle nostre mani.

Dobbiamo capire ciò che è giusto, utile e ci fa stare bene e ciò che è dannoso e controproducente. A tutti i livelli.

Siamo salpati da un porto sicuro e abbiamo scoperto un mare di possibilità che non conoscevamo a fondo. Oggi possiamo navigare in oceano aperto.

Abbiamo tutti gli strumenti per farlo, ma la fantasia resterà sempre quello più importante.