Una differenziazione smart per il sistema universitario

Una differenziazione smart per il sistema universitario

di Elisa Di Padova

 

Nella nostra lettura del rapporto per il Presidente del Consiglio dei Ministri “Iniziative per il rilancio ITALIA 2020-2022” – quello che per semplicità in molti chiamano il “Rapporto Colao”- , abbiamo trovato ed evidenziato spunti interessanti per riflessioni future. Uno di questi ha a che fare con l’Università.

L’approfondimento vuole fotografare lo strano caso Italia e propone alcune chiavi di lettura per uscire da quella che appare essere una impasse: specializzazione, differenziazione smart e attenzione alle peculiarità dei territori di riferimento.

Il caso Italia e la dispersione della qualità

“La qualità scientifica in Italia non è concentrata in pochi atenei eccellenti, ma è relativamente diffusa. Prendiamo l’esempio dell’area economica: nel primo esercizio di valutazione della qualità della ricerca (Vqr) i ricercatori che hanno presentato lavori valutati tutti come ‘eccellenti’ erano solo 296 (poco più del 6% del totale), ma distribuiti in ben 59 atenei e 93 diversi dipartimenti.

Un’analoga frammentazione della migliore ricerca è stata rilevata nelle Vqr successive ed è propria di quasi tutte le aree scientifiche. Si tratta dunque di un dato che contraddistingue stabilmente il sistema universitario italiano rispetto alla maggior parte dei sistemi universitari più avanzati.

Questa dispersione dei migliori ricercatori fra le varie sedi ci aiuta a spiegare un apparente paradosso. Da un lato, nonostante il cronico sotto-investimento in ricerca e il bassissimo numero di ricercatori occupati, la qualità complessiva della produzione scientifica risulta molto elevata in Italia in termini comparati e in netto aumento negli ultimi 15 anni. Dall’altro, le università italiane risultano pressoché assenti fra le top 100 in tutti i ranking internazionali basati su produttività e impatto della ricerca, mentre sono molto numerose fra le top 500. Una spiegazione di questo paradosso sta appunto nell’elevata dispersione dei migliori ricercatori italiani fra atenei diversi, che fa sì che molti atenei siano di buona qualità, ma (quasi) nessuno eccellente”.

 

L’esigenza di differenziare il sistema universitario riguarda anche l’Italia

“Dobbiamo essere contenti di questa qualità media relativamente alta o preoccuparci per l’assenza di veri ‘campioni nazionali’ in queste classifiche internazionali, come ha fatto il governo tedesco, che per questo motivo ha finanziato con diversi miliardi una serie di ‘Iniziative di eccellenza’, seguito a ruota dal governo francese? Certo, i ranking sono esercizi molto arbitrari e discutibili. Ma, in uno scenario internazionale sempre più competitivo, l’assenza di università italiane dalla top list può costituire un problema per il futuro del paese, perché sono ormai molti gli attori (dai vincitori dei prestigiosi grant ERC al venture capital) che orientano le proprie scelte in base alla reputazione di eccellenza di una struttura universitaria. Dunque, l’esigenza di differenziare il sistema universitario riguarda anche l’Italia”.

 

Superare il rischio delle disuguaglianze territoriali: le proposte di Colao

“Ma da noi si scontra con valori profondamente radicati nel corpo docente e nella società, oltre che con le profonde disuguaglianze territoriali che una tale distinzione inevitabilmente rispecchierebbe.

Tuttavia, ci sono altri modi possibili per favorire una differenziazione smart, capace di garantire che le maggiori risorse indispensabili per lo sviluppo del nostro sistema universitario vengano allocate nel modo più efficiente, migliorando la performance degli atenei”.

 

  1. Il primo modo è quello di riconoscere e incentivare una specializzazione di ciascuna università in alcune aree scientifiche, cioè una differenziazione interna a ciascun ateneo per quanto riguarda l’intensità e la qualità della ricerca.

 

  1. Il secondo è quello di prendere atto della pluralità di funzioni che le università sono oggi chiamate a svolgere (dalla formazione di base a quella specialistica, dalla ricerca pura a quella applicata, dal contributo allo sviluppo territoriale alla presenza in network internazionali) e di valorizzare tale pluralità premiando quelle strutture universitarie che svolgono al meglio alcune di queste funzioni anche a scapito di altre, anziché quelle che hanno una performance media su tutte. Nessun ateneo, del resto, può svolgere tutte quelle funzioni allo stesso livello di qualità in tutti i campi del sapere.

 

L’approfondimento si conclude poi con l’auspicio che il Ministero, mediante una ‘programmazione negoziata’, stimoli ciascuna università a definire la propria particolare vocazione in una specifica combinazione di quelle funzioni per ciascuna delle aree scientifiche al suo interno, tenendo conto delle risorse disponibili e delle esigenze del territorio di riferimento.

 

“Anzi, una disaggregazione analitica ‘fine’ delle funzioni possibili di un ateneo dovrebbe costituire la base per ogni progetto strategico di sviluppo dell’ateneo stesso. Ogni università dovrebbe contrattare al suo interno, per ciascuna delle sue aree scientifiche o strutture dipartimentali, su quali delle diverse possibili funzioni deve cercare di specializzarsi. Ogni struttura dipartimentale dovrebbe poi essere valutata rispetto alla combinazione di funzioni che ha scelto e premiata se, in quella specifica combinazione, raggiunge risultati che la collocano nella fascia alta.

Nessuna distinzione fra università di serie A e di serie B quindi, ma una differenziazione smart che aiuti a creare veri poli di eccellenza scientifica, competitivi a livello internazionale”.