America, 528 anni dopo.

America vol. 1

di Federico Alberto

 

Inizia un viaggio in più tappe sull’America, dove il nome del continente sta per la sola peculiare parte nord. Gli States, le cinquanta stelle che dal mondo nuovo hanno fatto il mondo nuovo. Un viaggio messo in moto da un altro viaggio, quello che William Least Heat-Moon racconta nel suo Strade blu. Un viaggio dentro l’America. Un bellissimo e fitto libro pubblicato nel 1983 e che arriva nel nostro Paese per Einaudi nel 1988. 

Quasi cinquecento pagine in corpo minore che all’inizio, dopo una prima vertigine di spavento, rapiscono riga dopo riga facendoti entrare, con la dovuta lentezza, nel ritmo di una scrittura tutta americana. Heat-Moon se la deve vedere con padri nobili ed eredità pesanti, non pensiamo solo a Kerouac, ma a tutta quella felice scolta di narratori che tra le due guerre mondiali e negli anni Cinquanta hanno fatto grande il romanzo americano. E qui, si, invece, pensiamo proprio a Hemingway. 

Parole, pensieri e viaggio del protagonista che narra la vicenda in prima persona si sintonizzano magnificamente in uno stile piano e semplice che riesce però ad accendere verticalità inattese come lampi momentanei. È un libro che appartiene certamente e a buon diritto alla grande letteratura mondiale di viaggio, e soprattutto di paesaggio, del secondo Novecento. Ma qui la cosa peculiare sta nel rapporto osmotico che si instaura fra l’io, i luoghi attraversati e le cose viste. È proprio in questo che crediamo stia la bellezza di Strade Blu, ovvero nello spiegarci, ancora una volta e con parole differenti, come il paesaggio non sia ciò che c’è là fuori ma ciò che riusciamo o possiamo vedere con i nostri occhi. Come il paesaggio, in fin dei conti, non esista se non nel rapporto – e proprio e solo in quella distanza che è un percorso da attraversare – tra l’io e lo spazio circostante che continuamente si apre e riapre alle pieghe del vedere. E trattandosi di viaggio, e di viaggio in furgone, la finestra non può diventare altro che il finestrino…

“Un tempo, sulle vecchie cartine d’America, le strade principali erano segnate in rosso e quelle secondarie in blu. Adesso i colori sono cambiati. Ma subito prima dell’alba e subito dopo il tramonto – brevi istanti né giorno né notte – le vecchie strade restituiscono al cielo un poco del suo colore, assumendo a loro volta un tono misterioso di blu”.

È sulle strade blu che si svolge il viaggio di tre mesi del protagonista, un insegnante mezzo inglese (William Least) e mezzo nativo pellerossa (Heat-Moon). A farlo scaturire è un fallimento, una cesura, come tante nella vita: la perdita del lavoro e della donna, di origini indiane anche lei. E fin dall’inizio, ma poi in tutto il libro, scopriamo – o almeno scopre il sottoscritto – di essersi dimenticato che gli indiani nativi dell’America, quella roba che abbiamo archiviato nel nostro spazio mentale e narrativo come piume, tende, grandi capi, grandi spiriti, fiume Sand Creek, Caster, vecchio west e chi più ne ha più ne metta, sono qualcosa di molto più concreto. Gli indiani non stanno sui libri e nella fantasia dei bambini europei e basta. Gli indiani esistono: sono parte dell’America di oggi. Non sono stati tutti sterminati da fucili, whisky e vaiolo; ciò che ne rimane vive ancora oggi nelle riserve o fuori dalle riserve. Sono storie spesso poco edificanti, ma sono storie di integrazione riuscita, non riuscita e voluta, non voluta da entrambe le parti; storie che vanno certamente raccontate perché sono parte della questione identitaria americana che oggi, proprio con Trump e il Black Lives Matter di questi ultimi mesi, è tornata di stringente attualità. L’America non ha mai risolto tutto questo. Le vite dei neri morti sulle strade per mano della polizia armata e dopata… contano. Le vite degli indiani… contano. Matematiche da ricalcolare.

L’itinerario del viaggio è circolare, potremmo chiamarlo un periplo americano: da Columbia, Missouri a Columbia, Missouri. Dal centro, al centro, passando per l’intorno (nel libro anche la cartina con il tragitto percorso e alcuni ritratti fotografici degli incontri più significativi – forse? – fatti lungo il cammino).

Si scopre veramente l’America, e soprattutto quella seconda America, quella minore che poi minore non è visto che la ruralità domina, negli spazi infiniti tra le metropoli, l’intero territorio degli USA. Si scopre prima l’est e l’Atlantico, con le Caroline. Poi si scende nel sud: ecco la Louisiana e le etnie Cajun dei francesi, il Texas di slavi e tedeschi, il New Mexico e il Nevada. Che poi, sono tutti Americani; questo è il bello della cosa, se ci si pensa. L’unico ceppo nativo è quello indiano, tutto il resto è fatto di altro: un ininterrotto contributo migratorio che dura da oltre cinquecento anni. Poi viene l’infinito deserto. Il west, la frontiera, l’ultimo grande mito occidentale che ha fatto un nuovo grande Paese mentre la vecchia Europa si affacciava già sul viale del tramonto. Mentalmente non ho mai amato l’America. Questo libro te la fa scoprire e te ne fa innamorare. 

“Sempre in attesa che spiovesse, cominciai a leggere un libro comprato a Phoenix, La sacra pipa, in cui Alce Nero, descrivendo gli antichi riti dei Sioux Oglala, dice che, contrariamente alla retta e giusta strada rossa della vita, la strada blu è quella di chi è distratto, dominato dai sensi, di chi vive per sé e non per la propria gente. Ero esterrefatto. Poteva essere una memoria ancestrale quella che mi aveva spinto a percorrere settemila miglia di strade blu, un’espressione, tra l’altro, che credevo di essermi inventato da solo?”

Equilibri provvisori, anzi disequilibri, che il viaggio, nel suo percorso di ricerca, forse alla fine scioglierà. Per ora siamo arrivati a Nord, in Montana, sempre accompagnati dalle citazioni di Whitman, grande poeta americano che più americano non si può, cantore dell’io e della fusione panica con il paesaggio. Ma il viaggio non è ancora finito, e nemmeno il libro.

Strade Blu fa venire voglia d’America. Chissà quanti viaggi negli States saranno stati organizzati per effetto della lettura di questo libro. In fin dei conti, oltre a fare letteratura, Heat-Moon, certamente senza troppo saperlo o averci pensato, fa anche marketing turistico. 

Non è forse Strade Blu un contenuto a marchio America? Dalla lettura di questo libro nasce anche una costatazione parallela, che è poi in fondo un invito: valutare con grande attenzione le infinite possibilità di agire in comunicazione per i territori e le destinazioni, anche attraverso strumenti decisamente non convenzionali. Ci dimentichiamo troppo facilmente che un luogo, ovvero anche una destinazione turistica, prima di tutto è immaginata nella testa delle persone, dei potenziali turisti-viaggiatori che ci andranno o non ci andranno: quest’immagine è fatta dal complesso delle narrazioni prodotte. Non solo Storytelling, quindi; ma proprio Letteratura. Almeno ogni tanto. [continua…]