Dalla “verità” dei territori alle DMC

Dalla “verità” dei territori alle DMC

 

di Federico Alberto

 

Molti e differenti possono essere gli strumenti e le azioni con i quali si decide di promuovere e poi commercializzare una destinazione, più o meno turistica essa sia. 

Il marketing territoriale può sfruttare differenti elementi tra le molte caratteristiche differenzianti che un territorio, una località, hanno nei confronti delle altre località e degli altri territori, ovvero, in ultima analisi, dei loro competitori più o meno diretti. E lo può fare con una specifica attenzione all’attrazione dei flussi di domanda turistica, o meglio delle svariate domande di turismi del mercato incoming.

Preliminare è quindi una scelta, cioè una strategia, che dovrà essere quanto più possibile unica e originale rispetto al quadro dell’offerta che si trova in quel momento sul mercato.

Chiarire e chiarirsi, come governance, tutta pubblica e/o pubblico-privata che sia, i quesiti relativi alla propria identità di territorio, è passo inziale – forse difficile – ma indispensabile da compiere per costruire un posizionamento di successo, con il problema di capire poi cosa questo – a valle – effettivamente significhi. Che tipo di successo? Quello di una destinazione che per sovraccarico di flussi perde progressivamente la sua “verità”, museificandosi ad uso e consumo dei turisti, o quello di uno sviluppo dolce e sostenibile del territorio, che sappia coniugare la qualità della vita degli abitanti con una fruizione turistica anche organizzata per numeri importanti?

Certamente il problema di questa scelta, andrà affrontato per gradi, senza fretta e senza ansie. Partendo da una serena analisi della situazione data. 

Se il prodotto turistico non è altro che la sommatoria (per nulla meramente algebrica) di più elementi (l’hardware: ricettività, gastronomia, servizi, territorio, paesaggio, trasporti, accessibilità; software: ospitalità, storia materiale, tradizioni e culture, offerta di experience etc…) che intrattengono tra loro relazioni fattive di “nuovo” senso; oppure se gli elementi dell’offerta sono i singoli significanti di una sintassi territoriale articolata e in relazione reciproca che genera un significato ulteriore, si dovrà allora conoscere molto bene questi elementi per poter articolare un discorso che possa farsi anche racconto, cioè trasmissione di qualcosa che oltre al “dove” e al “che cosa” sia emozione del “come”, “perché” e “chi”. 

La voglia, cioè il desiderio, del turista di conoscere direttamente sarà una conseguenza di questa emozione trasmessa e promessa dalla destinazione. Per evitare, poi, di disattendere questa promessa – tradendo il patto – si dovrà essere quanto più possibili aderenti a una “veritàdel territorio (che non è “la” verità). Anche in questo caso non cercando di dire di più o di meno, oltre ciò che si è e si sa di essere “per davvero”.

Ricapitolando: un’analisi del territorio (prima), per poter (poi) determinare un racconto e una strategia di promozione che denuncino un posizionamento quanto più possibile “veritiero” sul mercato.

La dialettica tra governance ed elementi dell’offerta, cioè le relazioni con le comunità locali che si tende a voler animare, l’organizzazione e la strutturazione del prodotto, il marketing, la promozione e la commercializzazione – sia sul mercato intermediato di tour operator e agenzie di viaggio, sia sui canali diretti come il web con i suoi portali di destination management -, fino alle informazioni e all’accoglienza rivolte ai turisti sono compiti che oggi, in larga parte, vengono attribuiti dalle località alle DMC, acronimo per destination management company. Società spesso a totale controllo o compartecipazione degli enti pubblici che, attraverso personale e risorse proprie, gestiscono l’intera industria della filiera turistica di una specifica località.

In questo contesto lo sguardo, con sempre più avvertita attenzione, ha iniziato a soffermarsi sugli aspetti della sostenibilità nello sviluppo turistico dei territori intesa come unica strada possibile non solo “etica” ma anche propriamente vincente dal punto di vista strettamente commerciale. Consideriamo questo il risultato di un cambio epocale di paradigma sociologico. Negli ultimi venti anni abbiamo assistito, grazie all’ecologia che ha iniziato ad affermarsi negli anni Settanta del secolo scorso, a un ribaltamento dell’orizzonte ideale. La tutela e la salvaguardia dell’ecosistema, già di per sé stesso gravemente e forse irreparabilmente danneggiato da cinquecento anni di civiltà mercantile e duecento di quella industriale, sono diventate, se non per tutti per larga parte della popolazione, una priorità che incide direttamente sulle loro scelte di consumo, anche quello turistico. E un cambio di paradigma, essendo un cambio di senso, viene generato sempre da parole che a un certo momento compaiono sulla scena della storia sociale dei parlanti di un determinato luogo, in un determinato momento, in un determinato ceto sociale. Fanno quindi il loro ingresso nel racconto delle destinazioni e nell’approccio che si è affermato per la promocommercializzazione dei territori parole come “biodiversità” insieme a tutto il sistema semantico da essa scaturente. Un’altra sfida interessante nelle promesse che le destinazioni fanno ai loro turisti prospect e ai loro cittadini residenti.