Covid, cosa ci ha lasciato?

Le tre cose che ci ha lasciato Covid (sperando di non doverne aggiungere altre)

di Redazione

 

Da una certa distanza le cose si riescono a vedere con la sufficiente lucidità per interpretarle. E quindi comunicarle.

Durante il periodo di vacanza abbiamo rivolto alcune domande a noi stessi, interni al team. In particolare, ci siamo interrogati su che cosa il Covid e il lockdown ci abbiano consegnato. 

“Covid ci ha tolto ancora un po’ di quella – poca – spensieratezza che ci restava in eredità da anni più felici e più appassionati – racconta Federico, Direttore creativo -. Ci ha lasciato più attenti”. 

Valeria, Art Director, ci fa soffermare sulla “rivalutazione degli spazi” – non abbiamo capito bene in che senso, ma d’altra parte lei è un’Art mica una Copy – e su “l’ingresso del virus nello spazio onirico” – questo sì che ci è chiaro! -. Cosa le ha lasciato il lockdown? “Cinque chili in più!”.

Eh sì, perché durante il lockdown gli italiani – è cosa nota – si sono sbizzarriti in cucina. Alessio, Digital Strategist alla domanda cosa ti ha lasciato il Covid subito risponde “A parte la migliore ricetta per fare la pizza in casa? Scherzi a parte per quanto mi riguarda ereditiamo un quadro emozionale molto complesso e articolato: se da un lato c’è la rabbia per il mancato rispetto delle norme e della prudenza, viviamo anche con il timore costante per la salute personale e dei cari che ci porta ad una maggiore attenzione alla pulizia e all’igiene. E poi certamente è forte la maggiore attenzione su temi di medicina e tecnologia. Di certo ereditiamo un’altra pagina di storia che leggeremo sui libri… con le mani un po’ più pulite” – forse…

L’attenzione all’igiene ritorna anche nei pensieri di Giovanna, graphic designer: “scopro che dal 2005 il 5 maggio l’Organizzazione mondiale della sanità promuove la Giornata mondiale per il lavaggio delle mani” per ricordare l’importanza di questo gesto semplice, ma essenziale, nella prevenzione delle infezioni trasmissibili, soprattutto negli ambienti ospedalieri e di cura. “Da febbraio ognuno di noi è più attento a questo piccolo gesto, che è diventato consuetudine”. 

E Mani pulite, dopo 30 anni, non è più solo metafora di inchiesta giornalistica nei discorsi degli italiani. 

Per Elisa, Copy e addetta stampa, il lockdown ci ha fatto sentire “la mancanza delle cose e dei gesti, ci ha fatto riscoprire la dimensione della casa e dei nostri quartieri e ci ha fatto apprezzare (laddove esistente) e desiderare (laddove assente) la digitalizzazione. Si possono risparmiare molto tempo ed energie facendo le cose da remoto”.

La paura dei contatti umani è elemento rilevante secondo Matteo, Operation manager: “in un’epoca in cui  i contatti sono sempre più digitali e sempre meno di persona il Covid ha accelerato questo processo, arrivando a provocare la paura del contatto”. È elemento positivo anche dal suo punto di vista l’accelerazione forzata del processo della digitalizzazione delle aziende italiane, “facendo cadere molti pregiudizi sul lavoro da casa”. 

Della stessa opinione su questo tema è Giovanna: “lo smart-working è diventata la modalità lavorativa spesso utilizzata da tantissime aziende e dalla pubblica amministrazione”. Con pro e contro: lo smartworking permette di gestire i figli a casa, ma soprattutto le donne si sono ritrovate a svolgere più ruoli nello stesso momento: “mamme, casalinghe e lavoratrici in un classico 3×1”.

Tra le abitudini non temporanee secondo Giovanna “molti hanno scoperto la spesa a domicilio e gli acquisti online. Si è passati dal Tech-lash, ovvero l’ansia provocata da possibili impatti negativi della tecnologia sulla vita quotidiana (uso eccessivo dello smartphone, sicurezza online e protezione dei dati), al Tech-love ovvero la fiducia nella tecnologia. Questo sicuramente comporterà grandi cambiamenti anche nel tessuto urbano delle nostre città…”. 

Con Barbara, Marketing specialist torniamo in cucina: grazie al lockdown ha trovato l’equilibrio giusto per “la ricetta della crostata perfetta”, i rapporti familiari sono diventati “a prova di bomba” e “nel cassetto c’è il passaporto scaduto che non so quando rinnoverò ma spero di farlo presto perché significherà che potremo ricominciare a viaggiare in sicurezza”.

Tra le consuetudini spicciole per Sofia c’è l’uso della mascherina “sempre in borsa, oramai un accessorio più che un dispositivo di protezione, come una sciarpa da abbinare”. Tra i cambiamenti più rilevanti, sconta un ruolo particolare il mondo della scuola che dovrà affrontare un cammino sicuramente più lungo, secondo lei “non ci si è ancora dovutamente scontrati con l’inefficacia della didattica a distanza, un sistema cui famiglie e scuole non erano pronti e che penalizzerà molti bambini e ragazzi”. Sul percepito Sofia non è ottimista “nei primi mesi ci si è lasciati andare a facili ottimismi su un nuovo senso di solidarietà e comunità scemata con il tempo e con il ritorno a una progressiva normalità. Non siamo diventati più buoni né più cattivi, semplicemente in momenti decisivi come quello che abbiamo vissuto e stiamo vivendo ci si rende conto in modo più chiaro di quale sia il vero carattere delle persone”. 

Secondo Martina, Amministrativa, Covid-19 ci lascia la “paura del contagio per se stessi e per i nostri cari” e il lavoro agile. E poi abbiamo imparato a dare più valore alle piccole cose: “nel momento in cui ci sono state tolte le cose che davamo per scontate ci siamo sentiti persi…”.

Per Valentina, Web designer, il periodo di quarantena è stata un’opportunità di introspezione e riflessione: “il ricordo della pace, del silenzio, il piacere di sentire il profumo dei fiori e il rumore degli animali. Mi è apparso chiaro che l’uomo ha molte distrazioni al giorno d’oggi e non tutti sono capaci di restare semplicemente con se stessi”. 

Secondo Giulia, tirocinante in azienda, “il virus ha reso plastica l’interdipendenza, una nuova causa-effetto relativa ai nostri comportamenti”. E poi “il Covid ci ha costretto a reinventarci”: in effetti resilienza è una delle parole che più sono girate in questi mesi. 

Stefano, Social media manager, ha messo al centro il tema della disinformazione, “la difficoltà delle persone nel distinguere ciò che è vero, reale e tangibile da ciò che invece è un falso costrutto creato ad hoc e banalmente definibile come fake news”. Secondo lui il distanziamento sociale si è trasformato in un “pericoloso cambiamento dei rapporti che legano le persone”. A questo si lega una sua riflessione sul live entertainment “che non prevedeva filtri tra coloro che lo creavano e coloro che ne fruivano. Oggi tra questi due soggetti è presente un intermediario: il world wide web. Ancora per quanto tempo avremo bisogno di intrattenerci attraverso uno schermo?”. 

Come sempre dietro a una storia si cela una promessa. Secondo Federico è una e solo una: quella di “farci essere di nuovo – almeno un po’ di più – appassionati”.