INova n°23 – Leggendo

La Mente del viaggiatore. Dall’Odissea al Turismo Globale, Ericc J.Leed

di Barbara Borgogni

 

Un lavoro estremamente affascinante e ricco di spunti in ogni paragrafo e nelle molte citazioni che vengono riportate dall’autore Eric J.Leed in La Mente del viaggiatore. Dall’Odissea al Turismo Globale, Il Mulino, Bologna, 1991.  

L’autore sostiene (e sa convincere) che il viaggio è un modello di trasformazione ed un’esperienza di mutamento: “attività creatrice di una condizione umana”, comune e familiare ad ogni essere umano “come lo è l’esperienza del corpo, del vento e della terra” che mettiamo in atto sin dalla prima infanzia quando acquisiamo la locomozione. 

Come anticipato nel titolo, Leed ripercorre le forme del viaggio, le sue motivazioni e i suoi mutamenti dai primi scritti su questo tema (L’epopea di Ghilgamesh, il ciclo epico del re di Uruk di ambientazione sumerica e le avventure di Ulisse nell’Odissea) fino ai viaggi dei giorni nostri. 

Leed utilizza la storia per raccontare come il viaggio ha subito importanti mutazioni nell’ordine delle motivazioni, delle ragioni e delle definizioni del viaggiatore. Per gli antichi era sofferenza o anche punizione, necessario a spiegare il fato umano e la necessità; nella modernità il viaggio è un’esperienza piacevole, fonte di felicità e piaceri e mezzo per manifestare la libertà e fuggire dallo scopo e dalla necessità. A queste si aggiungono le molteplici visioni che nella storia hanno caratterizzato il momento del viaggio, come ad esempio i viaggi rinascimentali, filosofici e scientifici.    

Ma, prima di tutto, il libro ci presenta come scomporre la struttura del viaggio nei suoi momenti essenziali, come dire, il costumer journay letterario: la partenza, come perdita di integrazione con l’ambiente conosciuto, il transito, la fase di movimento spesso di disagio e disquilibrio e l’arrivo, costituito dal tentativo di “fondare una unione e una coesione nuove tra il soggetto e il contesto”. 

Così ogni momento del viaggio sembra servire a generare una serie distinta di esigenze: bisogno di distacco e ricerca di autonomia ed individualità, bisogno di movimento, di nuova stabilità causata dallo squilibrio, risposte al bisogno di appartenenza e di definizione, nuova ricerca della fuga dalla stabilità ritrovata. Un ciclo di emozioni che possono apparire conflittuali ma che giustificano questo nostro bisogno costante di viaggiare. Il viaggiatore è un uomo che ha riconosciuto nelle transizioni delle modalità del viaggio quei “momenti di vita più intensa” che sanno segnare profondamente la sua memoria e per questo tende all’infinito a ripetere e ripercorrere l’esperienza del viaggio. 

E così si arriva ai giorni nostri, in cui il viaggio è diventato turismo e la nostra è una società di viaggiatori. 

Molteplici gli spunti che si possono trarre da “La Mente del Viaggiatore” e gli strumenti che possiamo prendere in prestito dall’autore per interpretare e comprendere meglio il passato e il presente. 

Quattrocento pagine di esplorazione delle motivazioni che ci hanno spinti, e continuano a farlo, a non diventare schiavi dell’abitudine. A sovvertire l’identità unica che si stabilisce all’interno della società se vissuta con immobilismo e chiusura verso l’estraneo e l’imprevedibile. Una necessità che si traduce non solo attraverso gli spostamenti più “radicali” ma anche spostamenti e viaggi che potremmo classificare come “di piacere”. 

Pur nell’epoca in cui le scoperte sono finite e ci resta Marte e il sistema Solare, quello che sta fuori della Terra, insomma – il viaggio è stato e dovrebbe ancora essere una modalità per mettere in discussione la mia identità umana e sociale, ricercare le differenze, provare la gioia dell’incontro con realtà estranee e superare così le contrapposizioni.  

Spiega Lead che: “il viaggio è una forza centrale e non periferica nelle trasformazioni storiche” e che “la creazione del luogo, della mappa del territorio, insomma, la territorializzazione dell’umanità, è un’impresa della mobilità”. 

Henry James diceva in The art of Travel, Doubleday 1958, “Se hai vissuto in giro hai perduto quel senso dell’assolutezza e della santità delle abitudini dei tuoi compatrioti, che una volta ti rendeva felice in mezzo a loro. Hai visto che esistono moltissime patriae nel mondo e che ciascuna di esse è piena di persone eccellenti per le quali le peculiarità locali sono la sola cosa che non è più o meno barbara”. 

Il viaggio come spostamento e mutamento della situazione individuale e sociale più profonda ma anche come esperienza momentanea, definita nello spazio e nel tempo di scoperta di luoghi, territori, etnie e culture. 

Il viaggio come definizione di uno spazio, di un territorio e soprattutto di sè stessi. In continua trasformazione.