INova n° 24 – L’America 2

QAnon – Cos’è successo all’America?

di Elisa Di Padova

 

Nel 2017 su 4chan – forum per utenti anonimi – iniziava a postare l’utente “Q – Clearance Patriot”. Il livello di classificazione Q corrisponde, in alcuni dipartimenti dell’amministrazione USA, a pratiche Top Secret. I post di Q – definiti drop (gocce), hanno proseguito fino ad oggi passando ad un’altra chat 8kun.

QAnon è un fenomeno sottovalutato da molti, anche in Italia, considerata una delle tante teorie del complotto che girano in rete e che in rete hanno il loro confine. Oggi però quei confini sono stati abbondantemente oltrepassati e QAnon ha assunto le forme qualitative e le dimensioni quantitative di una psicosi di massa, con conseguenze tangibili sulla realtà e sui comportamenti delle persone.

Un fenomeno secondo molti legato all’amministrazione Trump. Quello che è certo è che Trump non ne ha mai preso le distanze, ma in un certo modo ha cavalcato le paure che QAnon genera ad arte nelle masse.

Ma che cosa dice Q?

In breve: gli Stati Uniti e le nazioni occidentali sarebbero ostaggio di una setta internazionale – la Cabala –  con ramificazioni tra politici, media, donne e uomini dello spettacolo. Questa setta praticherebbe pedofilia e vampirismo. Questi gruppi andrebbero a costituire quello che Trump già dal 2016 aveva definito Deep State.

Secondo i QAnon questa situazione perdura addirittura dall’omicidio di John Fitzgerald Kennedy, che pagò con la vita il fatto di essersi opposto al complotto. Barack Obama e Hillary Clinton sarebbero stati esecutori degli ordini del Deep State che sarebbe stato fermato da Donald Trump, divenuto Presidente, grazie alla cooperazione di un gruppo di “Patrioti” non sottomessi al Deep State. I Patrioti avrebbero l’obiettivo di impedire alla “Cabala/Deep State” di prendere nuovamente il potere e lo farebbero attraverso una “guerra segreta”. Perché? 

Perché secondo i seguaci di Q il controllo mentale esercitato dai “FakeNewsMedia” – chiamati così persino da Trump – è tale che “i cittadini probabilmente combatterebbero per salvare i loro carcerieri”.

Nella teoria del complotto di Q il superamento da parte della maggioranza della popolazione dell’indottrinamento da parte dei media darebbe vita a The Great Awakening. Una narrazione quasi fantascientifica che, ahinoi, continua ad affascinare – al motto di Dumasiana memoria “Where we go one, we go all”  – con tanto di hashtag #WWG1WGA –  migliaia di cittadini americani e non solo. 

Un concetto fantasioso, accostato a notizie veritiere, è più probabile che sia credibile. Basta mescolare la realtà con la fantasia e farlo in maniera verosimile. QAnon è una teoria del complotto che è cresciuta ai margini di Internet e mira a far credere che i democratici di alto profilo e le celebrità di Hollywood siano membri di una setta segreta e ramificata. Ma tra le cose più gravi c’è da riscontrare che se la politica si permette di chiamare indisturbata i media “Fakenewsmedia” questo significa che ci troviamo di fronte al ribaltamento della realtà, la delegittimazione dei principali custodi dell’informazione e della crescita dell’opinione pubblica. Un pericolo vero.

In mezzo, c’è di tutto, di più! Le banche, il vampirismo, la pedofilia, i Clinton, Obama, Celine Dion, Tom Hanks… ma chi è Q? Sì, sembra un film e ricorda un po’ il Keyser Soze di Brian Singer; ma tenetevi forte: per molti Q è il fondatore di 8chan, per altri sarebbe John Fitzgerald Kennedy Jr.  (che in realtà è defunto ma che per gli Anons sarebbe ancora vivo e vegeto).

Questa teoria, così come altre, ha scatenato reazioni non solo online ma anche nella vita reale, come la sparatoria presso il Comet Ping Pong di Washington D.C. – definita Pizzagate dai media – ad opera di un “anon” – Edgar Maddison Welch – convinto di andare a salvare i minorenni imprigionati all’interno del locale. Dopo questo episodio, FBI e Camera americana hanno definito il movimento QAnon un pericolo per la sicurezza nazionale. 

Come definire tutto questo se non una pericolosissima follia, un’allucinazione collettiva?

All’inizio della pandemia, alle prime notizie del nuovo spaventoso virus, la comunità di QAnon ha iniziato a diffondere la notizia che il Coronavirus potesse non essere cosa reale. E che se anche lo fosse, era certamente stato creato in laboratorio dal Deep State. Trump ha ritwittato post legati a queste teorie centinaia di volte. Tanto da essere stato più volte censurato dagli stessi social.

Il potere della rete e la sua capacità di deformare, infrangere e ricostruire la realtà assume un ruolo fondamentale per capire questo fenomeno. 

Con conseguenze molto reali: dai cartelli “Save our children” delle mamme in piazza, al padre di famiglia che imbraccia un fucile e spara al Comet Ping Pong, fino all’uomo arrestato nel 2018 mentre fabbricava bombe per attaccare Springfield, capitale dell’Illinois, con l’obiettivo di rendere consapevoli gli americani del Deep State.

Durante la pandemia da Coronavirus, i numeri di QAnon sono aumentati sempre più: l’ISD, Institute for strategyc dialogue di Londra think tank che ha lo scopo di contrastare l’estremismo e le ideologie che lo sostengono – ha dichiarato in una nota che questo fenomeno è letteralmente dilagato (www.isdglobal.org).

Da giugno 2020 i numeri delle interazioni social relative al Pizzagate hanno raggiunto nuovi picchi: 800mila su Facebook, 600mila su Instagram. Su TikTok, i post con l’hashtag #Pizzagate sono stati visti più di 82 milioni di volte. Un turbine riacceso a pochi mesi dalle elezioni.

Le teorie del complotto, specie se sono condite con le giuste dosi di notizie reali mixate con la fantasia e facendo leva sulle grandi paure, regalano alla gente dei capri espiatori. Una distorsione di massa che ha giocato, soprattutto nella sua diffusione durante il lockdown, con l’isolamento, le difficoltà economiche, la rabbia, l’incertezza. E la grande disponibilità di tempo da trascorrere sul web…

L’algoritmo dei social premia la visione di contenuti simili a quelli delle ricerche degli utenti e questo ha come conseguenza il fatto che l’utente vive, sui suoi social, una porzione della realtà che rischia di restringersi sempre di più.

In seguito a questa esplosione di un virus altrettanto pericoloso del Covid-19, le piattaforme social hanno però preso le distanze: a maggio, Facebook ha messo in atto la rimozione di gruppi e pagine legate alle infondate teorie complottiste. A luglio, Twitter ha rimosso invece oltre 7000 account, limitandone altri 150.000; e in seguito ha ulteriormente inasprito la sua azione. Ad agosto, Facebook ha chiuso il gruppo Official Q/Qanon, che contava quasi duecentomila iscritti con la seguente motivazione: “il linguaggio altamente violento che questi gruppi veicolano potrebbe provocare danni, e non solo nel contesto digitale”. Questo ha naturalmente portato i QAnons a inventare e utilizzare nuovi codici: Audrey Courtey, della Griffith University, ha fatto notare su The Conversation che alcuni utenti avevano cominciato per esempio a twittare parole in codice come 17 (Q è la diciassettesima lettera dell’alfabeto) oppure CueAnon per aggirare i problemi di censura con la piattaforma social.

In Italia che succede? Q è presente con le sue teorie e dilaga tra i negazionisti e i sovranisti nelle chat di Telegram, Facebook e sui canali Youtube. Il blog Qlobalchange conta 26mila iscritti, e anche Database Italia, nel luglio 2020, ha iniziato a divulgare queste teorie con un articolo dedicato a “Q-Anon”. L’articolo è stato condiviso su Facebook da alcuni degli account legati a QAnon più seguiti in Italia, raggiungendo un pubblico di oltre 300mila utenti.

Sulla presenza di QAnon in Europa e in Italia Newsguard – programma che seleziona siti e notizie con icone rosse o verdi per permettere agli utenti di riconoscere le fake news – ha pubblicato un report molto interessante www.newsguardtech.com

“Non c’è quasi nulla che non possa essere creduto”: scriveva Wu Ming 1. 

Cosa succede se non sono i fatti ma le opinioni a essere credute e prese per vere, di qualunque tenore e verosimiglianza esse siano? Se è la quantità di volte in cui vengono ripetute e non il controllo delle fonti a generare credibilità. Cosa succede se la confutazione e la falsificazione supportata da prove incontrovertibili – oltre ogni ragionevole dubbio – non è più sufficiente a confutare quello che è palese menzogna. Popper e il metodo scientifico muoiono un’altra volta. Siamo nell’epoca del verosimile, mischiato ai grassetti e ai titoli della lettura a scansione dell’analfabetismo funzionale. Chi lo dice? Il solito saputello guastafeste che buca il palloncino? Rischiamo di essere alle porte di un nuovo medioevo per una grossa fetta di popolazione (digital divide tecnico e culturale – digital fluency). Responsabilità da parte dei media e della rete, formazione e cultura per i giovani e in generale per la popolazione nelle fasce a maggiore rischio di marginalizzazione culturale, ci sembrano essere l’unico – parziale – strumento possibile nelle nostre mani per prevenire e curare l’infezione della falsità nelle informazioni. Perché non è l’informazione a essere falsa e a dover essere curata, come ha provato a farci pensare Trump, con l’aggravante di non aver mai smentito pubblicamente – nonostante gli sia stato chiesto di farlo – le panzanate dei seguaci di QAnon; è la falsità dentro l’informazione che dobbiamo scovare, per curarla e – se possibile – prevenirla. Anche in questo caso, come per il Covid-19, in prima linea ci siamo noi, tutti, con le nostre scelte. Forse, in un giorno non troppo lontano, alla scuola elementare, insieme a italiano, storia e matematica insegneranno una materia che si chiama educazione all’informazione.

Perché le scelte hanno bisogno di consapevolezza, che si forma nello spazio libero della partecipazione e con gli indispensabili strumenti culturali della coscienza critica.

Il reportage in due puntate di Wu Ming 1 su Internazionale rappresenta un’interessante letteratura sul tema.

Puntata 1 / Puntata 2