INova n° 25 – Consumando scarpe digitali

Il ruolo del giornalista e il suo rapporto con le fonti dell’universo del web

di Elisa di Padova

 

Siamo partiti da un assunto: internet e le grandi piattaforme digitali non sono semplicemente un media ma sono la struttura portante della nostra vita di relazione. I giornalisti, oggi, non possono che essere digitali e utilizzare (al meglio) tutti gli strumenti che la digitalizzazione consente. 

La famosa frase “il giornalismo si fa consumando le suole delle scarpe” è stata spesso utilizzata come critica nei confronti del giornalismo digitale, come se non esistessero più i giornalisti che fanno con serietà il loro lavoro.

Come sempre, non è lo strumento che fa la differenza ( e forse McLuhan non sarebbe felice di questa affermazione) ma il modo in cui lo si utilizza.

Tedeschini provoca neanche troppo quando dice che “il cronista digitale deve consumare le suole delle sue scarpe digitali perché l’insieme delle relazioni umane che si intrecciano in campo digitale sono anche certamente luogo di cronaca”. Quindi il giornalista è chiamato a individuare, valutare e utilizzare le sue fonti con una ricerca attiva, una indagine, anche negli spazi digitali.

Sul web si esprimono e pubblicano contenuti, individui e organizzazioni che non hanno intenzione di fare del giornalismo ma che, in ogni caso, creano informazione: la User Generated Content (UGC). Questo contenuto è una delle fonti del giornalismo e proprio come tutte le fonti va gestito: interrogato e verificato.

Esistono vere e proprie strutture redazionali dedicate alla verifica dei contenuti in rete. La BBC News ha creato un UGC Hub – desk con 20 giornalisti dedicati – che ha il compito di verificare tutti i materiali trovati sui social media prima che vengano pubblicati. 

Guarda: www.bbc.co.uk

Ma secondo Tedeschini, buona prassi sarebbe che anche nelle realtà più piccole (sino a ogni singolo giornalista free lance) ci si organizzasse per far sì che una parte del proprio lavoro sia dedicato a questa funzione, che è da considerarsi ineliminabile perché è ciò che resta a fare la differenza tra chi è giornalista e chi non lo è. 

Con l’obiettivo di trovare, selezionare e verificare le notizie sui social sono nate imprese giornalistiche nuove. Una di queste è Storyful “un’estensione della tua redazione”, si legge sul loro sito www.storyful.com 

Tedeschini ha presentato esempi interessanti dell’utilizzo di strumenti digitali per la verifica delle fonti e si è soffermato sulla possibilità di confrontarsi e di richiedere la collaborazione di altri colleghi, analisti, esperti, nella stesura, per esempio, di un’inchiesta. 

Per esempio, David Farehnthold del Washington Post riuscì a coinvolgere migliaia di follower durante un’inchiesta sulla Fondazione Benefica di Trump – con cui vinse anche un Pulitzer. 

Anche in Italia ci sono esempi interessanti di quello che Tedeschini definisce giornalismo collaborativo. Nel 2014 il Centro, quotidiano abruzzese, pubblica la foto di un gruppo di ragazzini in mezzo alle rovine, scattata da un volontario americano che nell’immediato dopoguerra era andato nella valle dell’Aventino per aiutare a ricostruire i paesi distrutti; un suo nipote di San Francisco voleva sapere se qualcuno di quei bambini fosse ancora vivo. Il gruppo Facebook Nativi di Colledimacine rilancia la foto pubblicata dal Centro sviluppando una discussione animata in cui si riconobbe Colledimacine e anche alcuni dei presenti. Uno di quei bambini era ancora in vita e abitava proprio là. Una storia di ingaggio e che ingaggia.

Sul Testo unico dei doveri del giornalista si ricorda di rispettare il segreto professionale dando  notizia di tale circostanza nel caso in cui le fonti chiedano di rimanere riservate, in una logica di libertà delle persone nel rivolgersi ai giornalisti senza timore che ciò possa causare delle ritorsioni. 

Occorre proteggere le fonti, in particolare i cosiddetti whistleblowers, coloro cioè che all’interno di una organizzazione sono pronti a rivelare informazioni riservate di rilevanza pubblica.

La discussione in campo internazionale è stata molto intensa in questi anni e proprio in Italia, nel 2018, diverse organizzazioni ed esperti sono arrivati a stabilire alcuni principi fondamentali della protezione delle fonti nel mondo digitale.  

E nel mare di UGC, oltre alla protezione delle fonti riservate, il giornalista deve porsi il problema della protezione dei cittadini a cui si chiedono informazioni e contenuti.

Tedeschini fa un esempio interessante: da tempo le redazioni chiedono esplicitamente l’aiuto dei cittadini per testimoniare un fatto di cronaca, spesso eccezionale come una calamità. Il giornalista dovrebbe comunque sempre interrogarsi rispetto alla sicurezza di quelle persone. Non c’è una regola generale, ma è opportuno valutare sempre “se il vantaggio informativo della ri-pubblicazione vale il rischio aumentato che si fa correre al cittadino”.

In ultimo c’è il tema della proprietà dei diritti delle immagini che girano sui social. Qualcuno pensa ancora che tutto ciò che è pubblicato sul web sia di dominio pubblico, ma non è così ed è bene chiarirlo.

Solo il proprietario della foto, colui che la pubblica sui social, ha il diritto di decidere dove e a quali condizioni pubblicarla o vederla ri-pubblicata da qualche parte: il primo diritto imprescindibile è che gli venga riconosciuto di essere l’autore di quelle foto. Anche questo fa parte dell’obbligo deontologico alla citazione delle fonti, sempre fatto salvo il diritto alla riservatezza di cui si discuteva sopra. Ci sono poi i diritti economici. L’autore del video o dello scatto può chiedere di essere pagato, è possibile chiedergli una licenza gratuita, ma è necessario comunque chiederlo. 

Non è possibile usare credit del tipo “Foto Facebook”: le piattaforme hanno acquisito il diritto a pubblicare i materiali sulle loro pagine. Altrove, i diritti restano sempre e comunque del titolare.

Anche per quanto riguarda fatti di cronaca, l’uso di fotografie e materiali tratti da profili sui social, in particolare di vittime o persone accusate in eventi di cronaca nera, dovrebbe essere evitato. È giusto che sia così, spiega Tedeschini “tanto più che nel mondo digitale anche il danno può essere moltiplicato per mille. Nei rari casi nei quali si decida di usare quei materiali, il giornalista deve farlo con grande parsimonia e con il massimo rispetto delle persone coinvolte, valutando con attenzione il valore informativo delle immagini che si riproducono”. 

Il nuovo universo digitale pone il giornalista di fronte a grandi opportunità e a problemi nuovi da trattare con un equilibrio che ha bisogno di prassi e regole che hanno a che fare con la protezione delle fonti (anche giuridica e normativa) e la protezione del benessere e degli interessi di quei cittadini che diventano fonti. Senza naturalmente rinunciare al diritto di cronaca. Anche qui, l’equilibrio dell’intero è maggiore della somma (o sottrazione) meramente algebrica delle singole parti. Uno più uno fa comunque e sempre due, ma c’è due e due. Quello con e quello senza etica. Preferiamo il secondo