INova n° 28 – Le dodici notti (prima parte)

Le dodici notti (prima parte)

 

Ovvero la storia della bella Adelasia e del coraggioso Aleramo che infiniti pericoli affrontò per amarla

 

Personaggi 

Adelasia – la principessa amata

Aleramo – l’eroe innamorato

Alfonso II – monarca, padre di Adelasia

Regina Luna Piè d’oca – moglie di Alfonso II, zia di Aleramo

Oleastra – regina delle fate, zia di Aleramo

Belenda – sorella di Oleastra e Regina Luna Piè d’oca, madre naturale di Aleramo

Mendaro  cavaliere del regno, marito di Belenda, padre naturale di Aleramo

Benso – contadino, padre adottivo di Aleramo

Lisa – moglie di Benso e madre adottiva di Aleramo

Lamia Sabiana – regina delle streghe e dei krampus

Vendemmiale – re dei folletti

Malco – principe saraceno

Merudina – guerriera saracena

Sibillo e Salop – generali saraceni

Ondine e Coralline – schiera delle fate

Strie e Basure – schiera delle streghe

Il piccolo popolo – schiera dei folletti

Babbo Natale – protettore dei bambini

Rupel – consigliere di Babbo Natale

I paesi che non hanno più leggende 

saranno condannati a morire di freddo.

Patrice de la Tour du Pin

 

Ci fu un tempo in cui i mesi che separavano la semina dalla desiderata primavera erano lunghi a passare. Il buio, la notte e il freddo imperavano tra gli uomini dei villaggi e delle città. Ci si stringeva la sera nel caldo delle stanze rischiarate dai ceppi che bruciavano scoppiettanti nel fuoco del camino; e ai più vecchi spettava il compito di animare questo tempo con i racconti di fiabe e leggende, di grandi eroi e bellissime dame ascoltati – a loro volta – da altri vecchi. Così passava immobile questo tempo immobile. Era il tempo della veglia. Era il riparo dai temibili demoni dell’inverno che si agitavano là fuori. Oltre la finestra incorniciata dalla neve. 

Ecco la notte, la Notte che dona pace all’Universo, chi potrebbe dormire in questa notte in cui veglia il mondo intero? Era la notte prima di Natale. Grandi e piccoli si accoccolavano già stretti nella stanza, intorno al vecchio Papà Lucerna, ansiosi di ascoltare le vicende vissute dalla viva luce dei suoi grandi occhi neri sui mari di tutto il mondo; ma anche di volare alla meraviglia delle sue mitiche leggende, udite da tanti uomini e tante donne che aveva incontrato nei porti del suo sconfinato andare durato una vita intera. Papà Lucerna ora ero vecchio e saggio e non usciva più per mare. Vedeva altri partire e, con un poco di malinconia nel cuore – “Tocca a loro ora, ai giovani” – diceva. Con la sua diritta pipa di castagno sempre tra i denti, prodigava storie e utili consigli a tutti. E tutti, al villaggio sul mare, gli volevano un gran bene. Riempiva di morbido tabacco il piccolo braciere, il cerino sfregato con gesto sicuro su un muretto di campagna o su una pietra di spiaggia levigata al salino, due profonde boccate: e riprendeva il suo narrare. Era stato un fanciullo docile e gracile, ma negli anni era cresciuto così tanto da diventare un omone grande e grosso, dalla forza che si diceva sovraumana. Riusciva a salpare, con le sole sue possenti braccia, le grandi reti stracariche delle moltitudini di pesci che ancora si dibattevano furiosamente per sfuggire all’implacabile sorte che li aveva condannati.

“Cosa aspetti Papà Lucerna, inizia la storia!” – protestavano i più piccoli, eccitati dalla magica notte di veglia: ansiosi di leggende e di doni che avrebbe portato – ma solo ai più buoni – Babbo Natale di lì a poche ore. La voce di Papà Lucerna riempì la grande stanza che si colorava del bagliore caldo del camino. E la storia incomincia!

Prologo

La bufera di neve, dove si racconta il viaggio di Belenda e Mendaro per far visita alla di lei sorella Oleastra, regina delle fate.

I nodosi ulivi sulle fasce rette ai gracili muri di pietra che il secolare e paziente lavoro dell’uomo aveva fatto tanto ordinate e sicure lasciavano già il passo ai castagni e agli alti faggi delle vette. La notte scendeva veloce e il freddo inverno si faceva più pungente. Non nevicava ancora. Si accendevano i lumi nelle distanti case che Belenda e Mendaro si erano lasciati alle spalle già da alcune ore di cammino. Non villaggi né sparsi giacigli abitavano questi luoghi dove la selvaggia natura prosperava. Solo alcune stalle, abbandonate nel lungo inverno, attendevano sparute la primavera e il ritorno dei pastori con le greggi. Il bambino in fasce tra le braccia della madre piangeva affamato. Forse quella di proseguire il cammino non era stata una scelta giusta, pensò preoccupato il giovane Mendaro. Non ne fece parola. I due si guardarono intensamente, poi si strinsero intorno al piccolo Aleramo. Nei loro occhi brillava un misto di amore e di paura. Dovevano superare il passo prima che calasse la notte buia. Dall’altra parte, a valle, li attendeva il bosco incantato della Regina delle fate Oleastra, la sorella di Belenda. Infuriava dalla cresta il gelido vento, la neve cominciò a cadere fitta e ghiacciata. Una terribile tormenta scese insieme al buio. Tutto si copriva di una spessa coltre bianca, e l’avanzare era divenuto difficile. Mendaro scaricò il mulo dei bagagli, lasciandoli lungo il cammino. Vi ci fece salire Belenda con il piccolo e provò ad accelerare il passo. Che fare? Tornare indietro? Ormai era diventato impossibile. Il sentiero era nascosto dalla neve e in men che non si dica i giovani innamorati si resero conto di essersi smarriti. Il buio avvolgeva ormai tutte le cose. Riuscirono a infilarsi in una stretta grotticella che si apriva ai margini del bosco. Erano quasi in vetta ma non potevano più continuare, un pesante sonno cominciò ad impossessarsi di loro. Belenda e Mendaro strinsero Aleramo tra i loro petti per tenerlo caldo. E si addormentarono in un sonno profondo dal quale non si svegliarono mai più.

Rupel, il fidato consigliere di Babbo Natale, aveva assistito a tutta la triste scena. Volò veloce, e in un batter di ciglia si trovò davanti al santo vecchio del Nord che stava preparando la slitta e incitando al volo le otto renne che la trainavano. Partiva per la notte più lunga dell’anno. Doveva consegnare i regali a tutti i bambini buoni del mondo. “Un bambino è in pericolo! – gridò Rupel – bisogna far intervenire le fate”. Babbo Natale, ascoltato quanto stava accadendo su un lontano monte delle terre mediterranee e di come Belenda e Mendaro, nonostante tutti i loro amorevoli sforzi, non fossero riusciti a mettere in salvo il piccolo, non perse nemmeno un minuto. “Chiamiamo le fate, forza Rupel, non possiamo fallire. Sicuramente qui c’è lo zampino di quella orribile Lamia Sabiana.” Convocò seduta stante Oleastra che inviò le sue fidate Ondine e le luminose Coralline per non far morire di freddo il piccolo Aleramo.   

Il ritrovamento, dove Benso e Lisa trovano un bambino in fasce.

Le fate tennero caldo e protessero il bambino nella più fredda delle notti. La notte nella quale tutti i krampus, i terrificanti diavoli rapitori dei bambini, escono dai loro nascondigli e infestano i villaggi.  Il mattino era finalmente arrivato e la tempesta cessata. Brillava il mondo sotto il nuovo sole: scintillavano nella candida neve i prati e le montagne, i boschi, i fiumi, le valli e i tetti degli uomini. Fu ancora il saggio Rupel a condurre alla piccola grotta due anziani contadini che, soli e senza figli, stavano in una casupola poco distante. Il loro nome era Benso e Lisa e vivevano lontano dal villaggio, in disparte, seguendo il costume gentile degli amanti. Ma dal loro amore non era purtroppo mai sbocciato frutto. Quando Lisa strinse tra le braccia Aleramo, Benso capì subito che quel piccolo fagotto infreddolito tra le fasce sarebbe cresciuto come loro figlio.

Passavano gli anni e Aleramo diventava bello e forte. Il bambino aveva coraggio da vendere, eccelleva negli studi, e aiutava i genitori con le greggi e il lavoro nei campi. Insomma, cresceva perfetto nella serena pace della familiare consuetudine, tradendo però le sue nobili origini. 

La prima invasione saracena, dove Aleramo diviene orfano per la seconda volta. 

Ma un triste giorno vide dalle torri di vedetta sulle cime dei promontori a picco nell’azzurro accendersi i fuochi di legna e paglia che con il loro grigio fumo annunciavano l’approssimarsi delle temute navi saracene. Da tempo le scolte moresche saccheggiavano quei lidi con le loro barbare incursioni. Spingendosi sempre più nell’interno infestavano i villaggi, uccidevano gli uomini, rapivano le donne e i ragazzi per farne schiavi. L’orda scese da molte navi trainate sulla riva. Tutti scappavano verso l’entroterra, sperando così di mettersi al riparo dalla furia omicida. Ma a poco servì. I saraceni, guidati dal giovane principe Malco, tanto bello quanto temuto per fama di crudeltà e sventura, si arrampicarono fin sui più alti monti, bruciando e saccheggiando tutto quanto capitava sotto il loro passaggio. Nemmeno Benso e Lisa furono risparmiati: rapiti e uccisi, la casa bruciata e le greggi disperse. Tutto questo vide Aleramo nascosto in un cespuglio al limitare del bosco. Con il dolore nel cuore e un nodo che gli serrava la gola i suoi occhi si riempirono di calde lacrime: pianse come non aveva mai pianto in vita sua. Moriva sotto i suoi occhi, se non chi l’aveva messo al mondo, chi – di fatto – l’aveva cresciuto e amato come figlio. 

Ancora una volta dovette intervenire il saggio Rupel che avvisò Babbo Natale della nuova sciagura che colpiva Aleramo. Babbo Natale decise che era bene per il giovane crescere al riparo dai pericoli del mondo umano, e lo affidò così alla cura delle fate. Aleramo crebbe nel bosco incantato, vivendo con Oleastra che gli insegnava le arti del canto e della poesia; con le Ondine e le Coralline, che lo introducevano al sapere dei boschi e dei campi, delle greggi e degli animali silvani, della pesca e della navigazione. Ad Oleastra non dispiaceva affatto occuparsi del ragazzo. Era il figlio di sua sorella Belenda e, se Babbo Natale non avesse in un primo momento deciso di farlo crescere tra gli uomini, affidandolo a Benso e Lisa, se ne sarebbe da subito presa cura. Veniva spesso a trovare il giovane che cresceva in fretta anche Vendemmiale, il Re dei folletti del piccolo popolo, creature che vivevano, non viste, ai margini dei villaggi e delle città. Vendemmiale insegnava ad Aleramo la saggezza antica delle arti e dei mestieri umani: l’astronomia e la medicina; la filosofia e la storia; la geometria e la giustizia, ma anche la nobiltà e il coraggio, la cortesia e il contegno, gli attributi che doveva avere e il temperamento che doveva tenere il cavaliere che si volesse giusto. Era di bellezze e coraggio così colmo da stupire il sole e la luna al suo passaggio. 

 

aleramo adelasia

Il palazzo reale, dove Aleramo incontra la bella Adelasia per la prima volta e se ne innamora.

Un giorno Oleastra partì con Aleramo e la sua piccola corte di fate per far visita alla giovane sorella, la Regina Luna piè d’Oca. Da qualche tempo questa era convolata a nozze con il re Alfonso II. La nomea di uomo cinico e crudele che albergava intorno alla triste figura di re Alfonso II, e alla quale, inizialmente, la sfortunata Regina Luna piè d’Oca parve non dar troppo peso, si rivelò ahimè in tutta la sua tragica materialità subito dopo il matrimonio dei due. Chissà chi avesse spinto la giovane Regina Luna a prendere per sposo un uomo tanto più grande di lei e per giunta tanto crudele. Che ci fosse stato l’infernale intervento di una forza oscura erano in molti a pensarlo, tanto fra le fate e i folletti quanto nel mondo degli uomini. Tutti sapevano che Alfonso II intratteneva pericolose relazioni con il mondo basso delle streghe e, soprattutto, con la loro regina, la temibile Lamia Sabiana. Alfonso II aveva avuto già una figlia dalla precedente moglie, morta prematuramente. Adelasia, questo era il suo nome, era una ragazza di aspetto bello e regale, dal carattere docile e forte a un tempo: aveva la pelle candida come la neve sui monti, le guance rosse come la porpora, gli occhi neri come la notte e i capelli color del sole. Una bellezza splendente, dalle forme eleganti, che non trascuravano una pietà e nobiltà straordinarie. Alla vista di una tale bellezza e degli atteggiamenti modesti e contenuti della ragazza che compiva in quei giorni il suo diciottesimo anno di età, Aleramo fu subito preso da grande amore per lei. L’immagine della giovane Adelasia che per gli occhi gli era penetrata dritta nel cuore sempre lo accompagnava, anche durante le notti e le battute di caccia alle quali doveva per etichetta sottoporsi insieme al re Alfonso II. Ma come i due giovani riuscivano a liberarsi dalle incombenze della corte e del palazzo subito si ritiravano in dolce solitudine negli angoli più remoti del giardino per dichiararsi il loro amore che giorno dopo giorno cresceva sempre più. Se Oleastra e Regina Luna si compiacevano nel vedere i due giovani legati da tanto sincero e puro amore, non dello stesso parere era il perfido Alfonso. Non poteva tollerare nel suo palazzo una simile manifestazione di bontà e affetto: era per sua natura votato al male e non riusciva a sopportare il bene neppure quando lo vedeva nascere e crescere in tanta signoria sopra due giovani cuori ancora così inesperti alla crudeltà del mondo. Alfonso II fece di tutto per separare i due giovani, osteggiando a più riprese e in ogni occasione l’amore che i due si donavano vicendevolmente. A nulla servirono le supplichevoli parole di Regina Luna piè d’Oca che tentava di dissuaderlo dai suoi nefasti propositi di vendetta.

Le dodici notti

Prima notte. La fuga, dove i due innamorati fuggono per non sottostare alle angherie del di lei padre Alfonso II.

La situazione era per i due divenuta ormai intollerabile. Il tempo delle decisioni irrevocabili era giunto. Solo la fuga poteva sottrarli dal potere di re Alfonso II. E per la fuga convennero Adelasia e Aleramo. Il giovane, che non si aspettava tanto ardore e tanta risolutezza dalla bella compagna, se la strinse forte al petto e le cercò la bocca con la bocca. Raccolsero la gioia e le forze e via, fuggirono nella notte buia, con fedeli servitori e bravi cavalli, verso i confini più remoti del regno. Avventurosa fu la fuga! Gli sgherri di Alfonso già alle prime luci dell’alba li cercavano in ogni dove, senza dargli tregua alcuna. Giunti sulle montagne furono assaliti da una masnada di briganti che li depredarono e uccisero tutti i servi al seguito. I poveri amanti tra mille stenti riuscirono a raggiungere una valle stretta e amena, contornata da due file di monti sui lati, chiusa alla sua sommità da un ripido colle, e aperta a mezzogiorno sul tenero mare. Qui decisero di fermarsi. Eran giunti in un bosco di castani. Nel fitto della vegetazione spuntava una casetta antica. Aleramo, grazie al mestiere appreso da Vendemmiale durante i suoi anni giovanili, la sistemò per bene, mentre Adelasia lo osservava sullo sfondo del mare che scintillava tra il fogliame. Si ritirarono per riposare. Dormirono a lungo, fianco a fianco, poiché avevano bisogno di ristoro e di tepore dopo l’affannosa notte trascorsa nella fuga. Si svegliò Adelasia. Guardava il suo uomo dormire; ascoltava lo stormire delle foglie. Vide brillare una stellina in alto oltre la finestra, mentre si stava facendo buio: pianse. Poi si strinse fiduciosa ad Aleramo.

 

 

Seconda notte. Il ritorno, dove Lamia Sabiana, con uno stratagemma, causa il ritorno a palazzo dei due innamorati.

Alfonso II era fuori di sé. Non avrebbe mai perdonato, se solo li avesse scoperti. Regina Luna, preoccupata per le sorti dei due giovani amanti, decise di scrivergli una lettera e farla recapitare da un corriere a lei fedele che conosceva la strada e il luogo del segreto rifugio. Nella lettera pregava i due di restar ben nascosti poiché la furia vendicatrice di Alfonso II sarebbe potuta essere terribile. Oleastra e le fate si stavano preparando alla lotta. Sellato il cavallo, il fedele corriere partì al galoppo. Corse senza tregua, ma l’animale, affaticato, aveva bisogno di bere e riposare. Nonostante gli incitamenti sulle briglie fu costretto a fermarsi a una stazione di posta poco prima dell’ingresso alla valle dove stavano nascosti Adelasia e Aleramo. E qui si compì il misfatto. Una basura al servizio di Lamia Sabiana approfittò di un momento di distrazione del corriere per sostituire la lettera che portava nella bisaccia. Quando il corriere consegnò la lettera ad Adelasia, questa non poteva credere ai suoi occhi. Alfonso II scriveva con piglio saggio e fermo ai due giovani, biasimandone sì la repentina fuga, certo, ma allo stesso tempo – intenerito e convinto dalla sincera forza del loro sentimento – accordava il suo paterno e regale perdono. 

 

lamia-sabiana

 

Imprudenti e giovani fanciulli, vi dico che, come saggi, dovete più maturamente considerare, perché il buon consiglio assicura le cose dubbiose, laddove chi sconsigliato ad un’impresa si accinge, triste esito ne raccoglie e perde l’opera e la fatica. Si ricordi il proverbio antico: pensar prima e agir dopo, come osservano i prudenti: si perdono gli stati, si distruggono i regni e gravi danni sono nel mondo per mancanza di considerazione. La passione vostra è grande certo, ma è più grande se si vince con la virtù. I piaceri umani sono fugaci, ancor più se dipendono dagli amori incauti; non tutto quello che diletta giova; il troppo dolce talora nuoce: l’amaro è salutare. So che l’amore è più forte che la morte, specialmente per due giovani innamorati come voi, e pur io sono addolorato per gli affanni che vi ho causato. Né miglior conforto penso di darvi nell’accordarvi il mio perdono e la mia benedizione e nel pregarvi di volgere presto sui vostri passi e far ritorno a palazzo, tra coloro che vi amano.

Aleramo abbracciò Adelasia che con un sospiro aveva appena finito di leggere la lettera. Lasciarono la casetta e si incamminarono con l’orgoglioso corriere che sentiva di aver preso parte e trionfato in qualcosa di ben più grande di lui. Il trotto dei cavalli che tornavano verso il palazzo, colmava di felicità i cuori dei due ignari giovani. Ignari del tranello entro il quale si stavano cacciando. Alfonso II aveva infatti trovato in Lamia Sabiana una degnissima alleata nella crudeltà. Fu questa ad architettare l’abietto piano per sostituire la lettera di Regina Luna Piè d’Oca, sempre spiata da una Stria che aveva assunto le sembianze di una sua dama di compagnia. E fu sempre lei a dettare la falsa lettera ad Alfonso II.

Terza notte. Le tre prove d’amore, dove Aleramo è sottoposto a tre perigliose prove apparecchiate dalla crudeltà di Alfonso II.

Come i due furono a palazzo, le infide serve di Lamia Sabiana approfittarono dello scompiglio creato ad arte per separare prontamente i due giovani, che nulla ancora sospettavano. Gli sguardi stravolti di Regina Luna e Oleastra – che assistettero a tutta la scena da una finestra –  dichiaravano che non ci si poteva aspettare nulla di buono. Comparve allora Alfonso, accompagnato dalla terribile strega, e, sempre accordando a parole il perdono, proclamò che Aleramo, per dimostrare il suo amore per la figlia Adelasia, avrebbe dovuto sottoporsi a tre prove. Sapeva Alfonso che il povero Aleramo mai avrebbe potuto superare le prove e credeva così di liberarsi per sempre dell’impertinente moccioso, come lo chiamava. Non avrebbe mai potuto accettare che la sua discendenza si legasse con un giovane cresciuto dalle fate e dai folletti. 

“Come prima prova bandisco un grande torneo – gridò con fierezza Alfonso II. Aleramo dovrà battersi con i migliori cavalieri del regno.” Un rumoroso spavento si diffuse per la sala del trono. Risuonarono gli squilli delle trombe: i tubatori del re percorrevano la città sui loro focosi destrieri per annunziare il mirabile torneo. All’ora fissata, Alfonso II apparve con al fianco la triste Regina Luna e la terribile Lamia Sabiana. Oleastra guardava in disparte. L’enorme folla era a stento tenuta dietro gli improvvisati ripari da squadre di armigeri in corazza. Nascosti e invisibili tra la folla si perdevano i folletti del piccolo popolo con il loro re Vendemmiale. Cinque cavalieri tutti coperti da grandi armature di ferro, sui loro cavalli, anch’essi rivestiti di tutto punto, si avanzarono con lo scudo al petto e la lancia alla coscia, fin sotto la grande terrazza, per rendere omaggio al loro Sire. E cominciò il torneo. Il primo cavaliere fu presto tolto di staffa dall’impavido Aleramo, e così anche il secondo, il terzo e il quarto. Ma ecco uscire al galoppo dalle scuderie il quinto cavaliere, il maggiore del regno; con uno svolazzo di penne variopinte sull’elmo ed una sopraveste segnata nel mezzo da una croce vermiglia. Il cavaliere misterioso dié di sprone al cavallo e si gettò su Aleramo con impeto, deciso a sbarazzarsi in pochi colpi di quell’importuno. Si volteggiarono intorno a lungo, poi Aleramo, con una maestrevole puntata spiccò di pugno all’avversario la lancia, che cadde a terra risonando. Saltò subito a terra, raccolse l’arma, cavallerescamente la porse all’avversario e si rimise in arcione. Riprese la lotta in mezzo all’ansia di tutti gli spettatori. Anche Alfonso II si era alzato e contemplava la mirabile scena appoggiato alla balaustra. Il cavaliere si impegnò a fondo, con raddoppiato furore; ma Aleramo, evitato il cozzo con un pronto scambio, afferrò fulmineamente l’avversario e lo scaraventò a terra. Si affrontarono con le spade e Aleramo, dopo strenue lotta, ebbe infine la meglio. Adelasia gioì e tirò un sospiro di sollievo dalla finestra della camera entro la quale il perfido padre l’aveva fatta rinchiudere.

“Ebbene Aleramo, hai superato la prima prova, riuscendo tu a sconfiggere i miei maggiori cinque cavalieri. Non riuscirai, ne sono certo, a superare questa seconda – disse fuori di sé il cattivo Alfonso II. Dovrai erigere entro questa notte una statua di pietra alta e maestosa a picco sulla scogliera del capo”. Come superare una prova tanto difficile? La scogliera era liscia e scivolosa, nessun appiglio concedeva possibilità all’incauto che avesse deciso di avventurarvisi. E inoltre bisognava anche erigervi una statua. Aleramo non si perse d’animo. Era già sulla scogliera abbarbicato che a colpi di scalpello tentava di incidere la dura roccia, quando perse l’equilibrio e scivolò pericolosamente verso il basso. Sotto, il mare scuro e agitato gorgogliava come impazzito. Una mano lo afferrò con forza: era Vendemmiale, corso in soccorso del coraggioso Aleramo insieme alla schiera dei folletti martellini. In men che non si dica un meraviglioso leone fu scolpito nella dura pietra della scogliera. Aveva il corpo rivolto verso la terra, ma la testa, con una torsione del collo, guardava il mare all’orizzonte lontano. Con grande stupore si vide quello che era stato fatto in una sola notte e il re dovette constatare con rammarico che Aleramo aveva superato anche questa seconda prova.

Nonostante i sospetti di un intervento magico in supporto di Aleramo che già cominciavano a giungere alle orecchie del re, questi fu costretto a bandire la terza prova: “ora Aleramo, in questo freddo mese di dicembre, tu dovrai su questa porzione di terra, creare un giardino pieno di verdi erbe, di fiori e di alberi rigogliosi, non altrimenti come se fosse maggio.” Aleramo non sapeva davvero come raccapezzarsi. Non era in suo potere di fare quanto gli veniva comandato, e fu salvato solo dalla provvidenziale comparsa di Oleastra con la sua schiera di fate. La notte era profonda: dormivano gli uccelli, le fiere e gli uomini; sopra gli alberi le fronde stavano immobili e mute e il terso cielo in pace si riposava: solamente le stelle brillavano, quando Oleastra, più volte compiuto il giro intorno alla terra, stese le braccia al cielo per tre volte, poi si bagnò nell’acqua del vicino torrente e supplicò con alta voce l’aiuto delle serene potenze aeree. “O notte, fidatissima amica, o serene stelle, che al risplendente sole con la luna insieme succedete, e voi qualunque versi, o arti, o erbe, e tu qualunque terra produttrice di virtuose piante, e voi aure e venti, e fiumi e laghi e monti, e ciascun dio dei boschi e delle segrete selve, per cui già feci tornare i fiumi alle loro fonti, e già feci immobili le cose mobili e mobili le immobili, e che già deste ai miei versi potenza di asciugare i mari e cercare il loro fondo, e di rischiarare il cielo facendo i venti cessare: siate ora presenti e il vostro aiuto portate all’amore fra questi due giovani. Fate che l’arida terra, prima dall’autunno e poi dal freddissimo inverno spogliata dei suoi fiori frutti ed erbe, torni in questa plaga fiorita, mostrandosi, avanti del tempo, come splendida primavera.” E questo detto molte altre cose tacitamente aggiunse alle sue preghiere. Volò sopra l’Africa e l’Europa, l’Asia e l’America e l’Oceania. Per i cinque continenti raccolse quelle radici ed erbe che le servivano. Prese pietre sul Caucaso, sabbia del Gange, e dalla Libia portò lingue di velenosi serpenti. Accese poi un grande falò per ringiovanire e scaldare con legna ardente la dura terra invernale. In una grande pentola fece bollire le erbe e gli altri mille ingredienti che per il mondo aveva raccolto. Poi prese un ramo secco di ulivo, e con esso prese a mescolare. Il ramo cominciò a divenire verde, e in breve a mettere le foglie e, non dopo molto, lo si vide carico di nere olive. Oleastra prese allora la miracolosa pozione e cominciò a spargerla sulla terra dove sarebbe dovuto nascere il giardino. E la terra cominciò d’improvviso tutta a fiorire, producendo nuove e belle erbette, fiori e frutti. La corte, con Alfonso II in testa, entrò per una bella porta nel giardino. Con grande stupore ammirarono un trionfo di erbe e fiori novelli, e anche l’aria era temperata e dolce al contrario dell’inverno fuori. Questa parve a tutti grande e mirabile cosa che Aleramo aveva compiuto solo per amore della sua Adelasia, ma non dello stesso parere era Alfonso II che, convinto da Lamia Sabiana, accusò il giovane di essere dedito ai malefici. Non poteva che trattarsi di magia nera.

Quarta notte. Il concilio delle streghe, dove si architettano orribili piani.

Adelasia e Aleramo restavano confinati in due aree opposte del palazzo. Alfonso II prendeva tempo con la scusa di sottoporre Aleramo al giudizio della corte reale. Intanto Lamia Sabiana aveva convocato nelle segrete del palazzo il concilio di tutte le streghe. Da ogni angolo del regno giunsero a cavallo delle loro scope le infernali donne: Strie e Basure,; ogni ordine e grado della gerarchia infernale si fece presente alla chiamata della malefica Sabiana. Le streghe degli ordini maggiori arrivavano in groppa ai terribili krampus. Mai si vide tanto orrore e spavento tutto stretto in unica dimora. Grida e strida paurose si alternavano a orribili lamenti, le streghe ridevano al racconto dei loro ultimi avventurosi malefici che sempre avevano come prede predilette i più indifesi tra gli uomini e le donne. Il rito infernale era preceduto da suoni di corno e da triviali, lugubri ed inumani canti. Nauseabondi olezzi e sinistri bagliori davano il via al mefistofelico raduno. Le Strie e le Basure, dopo essersi sparse i capelli di ceneri umane e spalmato il corpo con intrugli di grasso macilento di lupo, feti di capra e di corvi, svolazzavano per la stanza, mentre litanie blasfeme rimbalzavano facendosi eco da una parte all’altra dei sotterranei. Lamia Sabiana, con gli occhi infuocati e con aspetto orripilante, dirigeva l’allucinante concerto: ordinò il silenzio. Il concilio infernale ebbe inizio. Parlamentarono a lungo, ma la decisione fu tanto orribile quanto univoca. Adelasia sarebbe stata rapita dal palazzo e sottratta per sempre alla vista di Aleramo. L’attendeva il terribile Buranco, la sede sotterranea di tutte le anime perse di ogni tempo e luogo. Dopo l’estenuante concilio e la nefasta decisione, Lamia Sabiana fece riprendere le danze, a cui fu accompagnato un ferale banchetto il cui piatto prelibato – l’ambrosia inferi – consisteva in carogne di uccelli rapaci, topi e lupi: il tutto innaffiato con sangue umano. Ebbre le Basure riaccendevano la danza: nude si davano ad ogni perversità carnale e animalesca. Sul far dell’alba, al primo canto del gallo, il terribile congresso si sciolse.

Quinta notte. Il rapimento, dove Adelasia viene rapita e condotta nell’infernale Buranco.

Due infide Strie penetrarono non viste nella notte senza luna alla stanza in cima della torre dove Adelasia, rinchiusa e disperata, dormiva ignara di tutto. Altre due Basure tra loro sorelle attendevano – ai piedi della torre –  che le prime si palesassero con il triste bottino da condurre al cospetto di Lamia Sabiana. Alfonso II, avvisato del rapimento, aveva ordinato che si alleggerissero le guardie sui bastioni per facilitare così il turpe gesto. Le due Strie si avvicinarono caute al letto di Adelasia quando questa – scossa dal rumore che una delle due aveva fatto urtando il pitale posato a terra – saltò terrorizzata sul letto e si mise a correre furiosamente fuori dalla stanza spaventata. Apriva e chiudeva porte dietro di sé nel tentativo si seminare le due maliarde. Tutto fu vano. Arrivata ai piedi della torre, davanti alla porta che dava sul giardino, mentre sperava e pregustava già la libertà che vedeva a pochi passi, apparvero sull’uscio le due Basure e la ricacciarono dentro a colpi e spintoni: la immobilizzarono, la bendarono e le posero un fazzoletto imbevuto di una pozione di insalubri erbe che stordiva e appesantiva le palpebre. Fu gioco facile per le quattro serrare la povera Adelasia così completamente inerme, dentro un pesante sacco di juta che si caricarono indifferenti sulle spalle. “Cosa portate, vecchie?” – intimarono i soldati di guardia alle porte del palazzo. “Fieno e poco altro” – risposero vaghe le perfide, e uscirono senza problemi.

Giunte da Lamia Sabiana aprirono il sacco e gioirono per la riuscita del folle gesto. Eccitate dalla notte e dalla vista della prigioniera ormai completamente in loro potere, si apprestarono a un Sabba ribollente nel quale tutte le streghe e i krampus mangiavano, bevevano e turpemente ballavano intorno alla giovane principessa che piangeva disperata e piena di grande terrore. Danzando in cerchio intorno alla prigioniera, le streghe bruciavano l’erba coi piedi. Lamia Sabiana, terminate le basse e carnali libagioni, ordino che Adelasia fosse calata e imprigionata nell’orrido Buranco, lei viva insieme alle anime dei morti in disgrazia.

Continua tra una settimana, la sera dell’ultimo dell’anno….